L'umiltà di Meo Sacchetti, il simbolo
di una Nazionale che ha voglia di fare bene

GIOVEDÌ, 29 AGOSTO 2019

di Genny de Gaetano 

Mio fratello che guardi il mondo da molti è stata intesa come una riflessione sul mondo degli extracomunitari. È un’interpretazione che ci può stare. Per me rifletteva in maniera più generale la difficile convivenza con la diversità”. Raccontava così Ivano Fossati una delle sue canzoni più struggenti, cameo prezioso nella storia della musica italiana. Che sembra fondersi magicamente con la vita di Romeo Sacchetti scandita proprio dall’integrazione, una parola ahinoi in tempi recenti invisa a molti, anzi a troppi. Il ct azzurro e allenatore della Vanoli Cremona, nasce il 20 agosto del 1953 ad Altamura in un campo profughi dove si sono rifugiati i genitori, di origini bellunesi, tornati dalla Romania per non dover rinunciare alla cittadinanza italiana. “I nonni materni erano emigrati per cercare lavoro e il pensiero -racconta - che alla fine dell’Ottocento fossero gli italiani a emigrare verso est e non il contrario come avviene oggi, spero possa far riflettere”. Insomma, chi più e meglio di Meo oggi può sventolare alto il tricolore e soprattutto sedersi con orgoglio sulla panchina della Nazionale tanto da averla saputa riportare, 13 anni dopo, sulla ribalta mondiale. “Per tutti gli allenatori arrivare in Nazionale è il massimo e quando uno c’è stato anche da giocatore, mi sembra, possa avvertire veramente qualcosa di diverso. Se hai già sentito la pressione e l’onore della maglia azzurra, forse puoi riuscire a trasmettere qualcosa di più”. Sacchetti, da giocatore, ha collezionato 132 gettoni azzurri mettendosi al collo l’argento alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 e più di tutto, ormai 36 anni fa, laureandosi campione europeo sul parquet di Nantes. Curiosità: è l’unico giocatore di quella squadra ad esser diventato poi ct in azzurro. Ma prima di raggiungere la panchina dell’Italia che vale una vita da allenatore in qualsiasi disciplina, quella di Meo Sacchetti è una storia che parte da lontano e sempre all’insegna del low profile come filosofia di vita. “Ho avuto lo stesso percorso da giocatore e allenatore. Nessuno mi ha mai regalato niente, due allenatori importanti mi scartarono e mi hanno dato la spinta per non mollare. Nessuno pensava potessi arrivare ma ho avuto la fortuna di avere di compagni di squadra che mi hanno aiutato a crescere”.  In panchina il 65enne di origine pugliese ha compiuto tutta la trafila, da vice coach con le formazioni juniores fino alla serie A trampolino di lancio in ottica Nazionale. Dal 1990 quando divenne terzo allenatore a Torino dove fu giocatore per un quinquennio chiamato dal compagno di mille avventure Charly Caglieris, per arrivare al capitolo trofei, il triplete 2015 in terra sassarese e la recente conquista della Coppa Italia con la Vanoli. Senza però dimenticare gli anni di Capo d’Orlando ideale seguito alla promozione dalla B ottenuta con Castelletto, il periodo brindisino, quello sardo iniziato dalla serie A2. Ovunque come una sorta di magico fil rouge, ottenendo risultati di alto livello in città dove prima del suo avvento non si respirava una grande tradizione cestistica. Cosi come accaduto, seppur in termini diversi, per Dino e Andrea Meneghin, la figura di Meo Sacchetti allenatore è legata sul parquet indissolubilmente a quella del figlio Brian con cui ha condiviso tanti momenti importanti, due su tutti: l’età dell’oro a Sassari e il debutto un anno fa in Nazionale a Zagabria contro la Croazia anche se il rapporto padre-figlio in campo ebbe inizio a Pino Torinese quando Brian militava allora nell’Under 13. “L’ho trattato peggio degli altri perché dal proprio figlio ci si aspetta sempre di più. Dopo una partita, mia moglie venne a dirmi ‘Basta te lo tolgo’ perché se mi arrabbiavo lo facevo sempre con lui. Ma poi sono stato fortunato ad averlo con me per il suo carattere solare anche se tutti mi facevano notare che lo facevo giocare poco. Ma era qualcosa di istintivo perché non volevo far pensare che lui giocava perché era il figlio dell’allenatore. E’ comunque un ruolo difficile quello del figlio del coach perché può essere anche visto come una spia. Ma mai ha fatto qualcosa del genere. Una volta arrivò a dirmi di far giocare un suo compagno di più e non lui. Mi sorprese. Gli risposi di pensare a lavorare perché di allenatori ce ne sono già tanti”. A fronte del gotha della pallacanestro Meo Sacchetti non ha mai guidato un top team ma è altrettanto vero che il baffuto coach di Cremona ha collezionato importanti riconoscimenti personali: ad esempio, nel 2011-12 fu nominato allenatore dell’anno, stagione della prima serie playoff vinta con Sassari antipasto del sogno diventato realtà, quel primo agosto del 2017 quando viene nominato commissario tecnico della Nazionale, ruolo diventato definitivo dopo Euro 2017 all’epilogo del ciclo di Ettore Messina. Un’investitura che qualcuno ha voluto infarcire con polemiche pretestuose in tema doppio incarico con la squadra di club, immediatamente spazzate via dall’onestà intellettuale propria di Sacchetti: “Per me il doppio impegno è un dare ed avere che ti porta qualcosa in più da tutte le parti e poi è stimolante vedere quando giochi in campionato i giocatori avversari che vogliono dimostrare di meritare la convocazione, è bello vedere l’ambizione di giocare per la Nazionale”. Quella Nazionale che lo scorso 22 febbraio ha centrato in una notte magica a Varese, travolgendo l’Ungheria, l’agognata meta iridata che mancava da ormai troppo tempo. E con essa, contestualmente, si è consolidato il matrimonio con l’amata Italia. Sacchetti sarà commissario tecnico fino al 2021 a conclusione degli Europei e dunque sarà lui in panchina nella caccia al pass per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. “Inutile dire che sia felice, in azzurro si è creato un ambiente piacevole e di reciproca stima con tutti, dai giocatori allo staff e sono contento di poter proseguire su questa strada. Gli obiettivi che abbiamo davanti sono tanti, a cominciare dal Mondiale dove vogliamo giocarci al meglio tutte le nostre carte”. Aver finalmente riportato il nostro basket nel consesso delle formazioni più forti del pianeta resterà senza alcun ombra di dubbio scritto nell’albo d’oro ma la Cina è pur vero la finestra che si apre sui Giochi di Tokyo, il grande obiettivo: “Pressione? Faccio questo mestiere e so tutto. Quando vinci va tutto bene, quando perdi sei in discussione. Penso anche che il sogno di ogni atleta è fare le olimpiadi. È particolare. Sono uniche. È anche difficile spiegarle, mi commuovo solo a pensarci e spero di trasmettere tutto ciò ai miei ragazzi. Ho avuto la fortuna di partecipare all’edizione di Mosca 1980, finite con uno splendido argento e a quelle di Los Angeles 1984 dove chiudemmo quinti”. Ai Giochi nipponici prenderanno parte 12 squadre. La sola ad essere già sicura della presenza è logicamente quella padrona di casa. Dai mondiali accederanno direttamente, classifica alla mano, le prime due della zona Europa, le prima e la seconda delle Americhe, la prima classificata della zona Oceania, le migliore delle zone Africa e Asia. Le altre 16 squadre meglio classificate della kermesse iridata, dopo quelle ammesse di diritto ai Giochi, disputeranno quattro tornei pre-olimpici nell’estate del prossimo anno. Ma è presto per far calcoli. Adesso testa e gambe sono unicamente rivolte al torneo iridato. “È vero, ci manca un po’ di stazza però abbiamo punte importanti e giocatori che nelle qualificazioni hanno segnato tiri fondamentali. Se riusciamo a trovare chimica ed equilibrio tra prime, seconde e terze punte, allora potremmo fare bene”. La parola ‘presunzione’ non esiste, lo abbiamo accennato, nel vocabolario sacchettiano, d’altra parte la carriera parla chiaro con un cammino lungo 25 anni che ha attraversato tutte le categorie. Ovunque, risultati al di là di ogni più rosea aspettativa, la capacità di ricominciare senza mai mutare lo stile di gioco, vincente ma anche divertente. Ma guai a banalizzare la sua pallacanestro corri e tira: “Mi metto nei panni di chi guarda, nel calcio meglio un 3-2 che vedere un 1-0. Ma il mio è anche un mero calcolo aritmetico perché più volte tiri e più punti fai anche con percentuali non elevate e correndo costringi gli avversari a ritmi magari per alcuni insostenibili”. Tutto vero. Ma ogni squadra guidata dal buon Meo ha sempre evidenziato spaziature pressoché perfette, la sensazione che i giocatori in campo siano in assoluta simbiosi: ad ogni passo del playmaker corrisponde un movimento preciso degli altri compagni. Tutt’altro che semplice ma molto, anzi quasi tutto fa la passione. “Se pensiamo alla pallacanestro solo come ad un lavoro non si migliora. Andiamo in giro in albergo, stiamo bene, siamo pagati: non posso vedere chi ha la mentalità di vivere qualcosa come gli pesasse”. E questo è il segreto del successo che Meo Sacchetti ha saputo trasferire anche in Nazionale. Non era facile perché il selezionatore ha poco tempo rispetto al collega di club. “Non sono stato io a portare la squadra ai mondiali, sono stati tutti i ragazzi, anche quelli che hanno solo partecipato ai raduni che l’hanno fatto. Tutti fanno parte del gruppo. Abbiamo fatto uno sbaglio solo, in Olanda, ma poi l’abbiamo recuperato. Fin dal primo giorno ho cercato di tirar fuori il meglio dai ragazzi dicendogli che insieme all’attacco mi dovevano dare qualcosa di più in difesa perché nei loro club sono le stelline e qui in Nazionale invece siamo in tanti. E l’hanno fatto, sono stati bravi”. E i successi sono sempre e solo dei giocatori, altra legge sacchettiana, altra ricetta vincente: “In campo entro sempre per ultimo, sia all’inizio, a metà tempo e a fine gara per lasciare liberi i giocatori di parlare fra loro senza intrusioni. Devo però essere l’unico punto di riferimento perché quando il giocatore considera altre spalle su cui piangere le cose cominciano a mettersi male”. Questa è la storia di Meo Sacchetti soprannominato dall’amato maestro Dido Guerrieri da Civitavecchia ‘li porpacci tua’ scherzando sulla sua mole extra large che iniziò a giocare perché, egli stesso racconta, nel cortile della sua casa di Novara i rami di una pianta di glicine formavano un triangolo che nel suo immaginario del ragazzino era un canestro in cui tirare. Circa 60 anni dopo, poco o nulla è cambiato. Tutto ruota intorno all’amore senza confini per il basket trasferito nel dna di tutte le squadre che ha guidato, trasmesso poi alla Nazionale, la sua Italia. Quella dove i Sachet, il vero cognome della famiglia, scelsero di far ritorno dalla Romania perché quella era la loro terra, la terra dei loro antenati. Quando in Cina suonerà l’Inno di Mameli, chissà, il pensiero di Meo Sacchetti correrà magari anche al papà scalpellino, al nonno fuochista in miniera. Tutti fratelli d’Italia. 

 

Genny de Gaetano