L'Italia ei Mondiali.
I consigli di un CT... : Marcello Lippi

DOMENICA, 1 SETTEMBRE 2019

FOSHAN – Come si fa a vincere un mondiale? Ve lo spiega uno che se ne intende, anche perché lui lo ha già vinto. Marcello Lippi, il ct del 2006, di quel titolo iridato conquistato in Germania e strappato alla Francia, di un’impresa che nessuno pensava possibile, in partenza, qualcosa di molto simile ala nostra Italbasket: “Poi vincemmo la prima partita con il Ghana, pareggiammo la seconda con gli Usa e alla terza, prima cioè di giocare con la Rep. Ceca, sentii gli stessi giocatori che parlavano tra di loro facendo i propri conti: bisognava vincere perché così avremmo evitato negli ottavi i più forti, il Brasile, per una più accessibile Australia e quindi l’Ucraina, prima di arrivare alla semifinale con la Germania”. E Lippi, che fin dal 2012 ha scelto la Cina per poter continuare a predicare il suo credo calcistico, dopo aver assistito ieri alla partita degli azzurri contro le Filippine, ha incontrato oggi la squadra soffermandosi prima con i giornalisti: “Ricorderete la situazione che c’era, alla partenza, per il calcio italiano. La sfiducia intorno a noi era totale, la pressione enorme al punto da non consentirci nemmeno di uscire dall’albergo. Eppure proprio questo ci ha dato una grande forza morale spingendoci a pensare solo a noi stessi. Vincemmo la prima partita, e gara dopo gara non perdemmo più in un progressivo e sempre più forte compattarsi del gruppo, con l’aiuto anche dei giocatori migliori e più autorevoli in seno alla squadra”. Insomma, Lippi non ha suggerimenti da dare a Meo Sacchetti (“Io mi occupo di calcio e non mi permetterei mai di interferire nel lavoro di altri e in altre discipline, tuttavia vedo diverse analogie caratteriali tra me il ct, anche sotto l’aspetto della conduzione di un gruppo”), ma giudica positivamente e un bel punto di partenza quello che ha visto ieri contro le Filippine: “In genere contro avversari modesti non è facile giocare con tanta pulizia mentale e con tanta tranquillità come ho notato negli azzurri”.

Lippi racconta la sua personale esperienza di ct alle prese con un mondiale e con un gruppo da gestire: “Abbastanza facile, anche perché è la cosa più bella del mondo, l’obiettivo a cui ogni giocatore dovrebbe aspirare, dando quindi il meglio di sé stesso. Conta l’intelligenza dei giocatori e l’impegno e la serenità nel lavoro. L’allenatore è importante perché deve farlo capire soprattutto ai grandi giocatori: si vince se loro si mettono al servizio della squadra. Porto l’esempio di Totti nel 2006: si era operato a febbraio, al raduno non sarebbe stato al top della forma, ma a me interessava che lo fosse per disponibilità. E poi giocatori e squadra in un torneo lungo come un mondiale non devono essere al massimo della forma alla prima partita, ma migliorare gara dopo gara e raggiungere il top insieme alla finale”.

Cosa dovrebbe stimolare di più un giocatore, una finale di Coppa o un campionato del mondo? “Non c’è nemmeno paragone: un campionato del mondo, che si costruisce tutti insieme giorno dopo giorno, anche per l’interesse che crea nella gente: pensate a come è stata vissuta la mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali del 2018. E poi le Coppe puoi giocarle ogni anno, il mondiale una sola volta nella vita”.

Petrucci ha detto che l’obiettivo è la medaglia d’oro: “E allora? Perché mettere dei limiti? Quando la squadra ha qualità, compattezza e mentalità vincente e quando non c’è nessuno che voglia fare il fenomeno (e ad evitarlo deve pensarci l’allenatore), tutto può succedere. E comincia tutto così: vinci la prima partita, acquisti sicurezza, il cammino diventa più agevole, gli stimoli diventano maggiori. Con questo non voglio dire che l’Italia vincerà l’oro mondiale, ma che sognarlo e impegnarsi al massimo per ottenerlo, non è solo legittimo ma anche doveroso per chi fa sport a questi livelli”.

Marcello Lippi è in Cina ormai dal 2012, i primi tre anni da allenatore del Guangzhou (tre titoli nazionali consecutivi), dal 2016 ct e poi direttore tecnico della nazionale cinese. “Mi trovo bene, trattato in maniera fantastica, anche perché vincevo... Quando arrivai, sette anni fa, nessuna squadra del massimo campionato aveva un settore giovanile. Feci la voce grossa ed ora tutte le società hanno formazioni dagli Under 13 agli Under 18 e l’obbligo di due Under 23 in squadra. Il risultato tra l’altro è che, se tradizionalmente qui i bambini giocano tutti a ping pong e pochissimi a calcio, è stato varato un piano per costruire un milione di nuovi campi da calcio e per  introdurre massicciamente il nostro sport nelle scuole”.

Tuttavia la Cina possiede impianti all’avanguardia e non solo nel calcio, tutte cose che mancano nel nostro Paese: può essere questo uno dei motivi della nostra scarsa competitiva e di una cultura sportiva non troppo diffusa? “La politica strutturale è legata all’economia e qui c’è veramente tanta ricchezza anche se non distribuita come converrebbe: ci sono duecento milioni di super ricchi e duecento milioni di benestanti, Pechino e le grandi città non hanno niente da invidiare a New York, Londra o Milano, ma il rimanente miliardo vive in condizioni pessime. Per il resto non sono d’accordo. Vedete noi in Italia abbiamo una visione e una considerazione molto più bassa di quella che ovunque all’estero hanno di noi. Anche qui in Cina, dove ad esempio c’é grande attenzione per il nostro calcio, quanta se non più di quella per la Spagna o l’Inghilterra”.

Torniamo un attimo al basket e alla gara alla quale ha assistito, contro le Filippine: “Bella partita, spettacolare, nella quale ho visto due grandi campioni come Belinelli e Gallinari giocare con grande serenità, mettendosi anche a disposizione del gruppo: ho già detto che questo è molto importante oltre ad essere il punto di inizio irrinunciabile se si vuol fare insieme un grande cammino”.

Più in generale, basket e calcio hanno gli stessi problemi, oltre alle strutture antiche e ormai obsolete, il numero eccessivo di stranieri nelle squadre di vertice. “E’ vero, tanti stranieri tolgono spazio agli italiani, eppure anche tanti anni fa, con gli stessi problemi di oggi, uscirono fuori talenti come Montella e Del Piero: dipende dalle mamme... che si impegnassero per trasmettere ai figli qualche buon gene calcistico... A parte gli scherzi, io vedo che in Italia stanno emergendo tanti giovani e che Mancini sta svolgendo un compito eccellente selezionandoli, valorizzandoli, dandogli con la maglia azzurra gli stimoli più giusto per crescere. Nel basket avviene qualcosa di simile: questi ragazzi sono cresciuti in club italiani ed ora raccolgono il frutto di tanti sacrifici”.

Il campionato di calcio è cominciato con qualche sorpresa e il clamoroso 4-3 della Juventus al Napoli: “La Juve ha giocato benissimo per un’ora e male per mezzora, poi quell’infortunio di Koulibaly le ha consentito di vincere: classica partita di inizio stagione che ha valore molto relativo. I bianconeri restano con Napoli e Inter i candidati allo scudetto, che quest’anno sembra che non debba venire assegnato già a novembre. La Lazio è forte ma la vedo ancora un gradino indietro rispetto alle tre che ho indicato. Il Napoli? Da cinque-sei anni è tra le prime due o tre del campionato e ha uno dei migliori allenatori al mondo. La Juventus e la Champions? Qualche anno fa dicevo che c’erano due o tre squadre forti e poi la Juve, oggi dico che ci sono tre o quattro squadre forti tra cui la Juventus. Naturalmente serve arrivare alle battute finali in condizioni ottimali e con i giocatori in salute”.

Ma Chiellini è fuori per infortunio... “L’ho sentito nei giorni scorsi e gli ho detto che stavolta farà tirare la barca agli altri. Con una stagione che si preannuncia intensa nelle battute finali e con gli Europei, nella sfortuna, per lui è questa la buona notizia”.

 

Mario Arceri

Mario Arceri