World Cup - Nella lunga marcia dell'Italbasket
s'alza il muro della Serbia

MARTEDÌ, 3 SETTEMBRE 2019

di Mario Arceri

FOSHAN – Dalla “Montagna di Budda” (questa l’etimologia di Fatsan, come è definita nel dialetto cantonese) con il suo splendido Tempio degli Antenati (Zumiao) al cui interno trova collocazione il museo dedicato a Yip Man, il Gran Maestro che insegnò arti marziali e in particolare il suo Wing Chu, variazione del plurimillenario Kung Fu, a stuoli di discepoli (il più famoso è stato Bruce Lee), a a Wuhan con la sua “villa di Mao”, una costruzione assai spartana che fu residenza del “Presidente” della Lunga Marcia dopo essere stata la capitale del governo (inizialmente) progressista di Wang Jingwei che si opponeva alla dittatura di Chiang Kai-schek: un migliaio di chilometri che la Nazionale percorrerà venerdì per raggiungere la sede della seconda fase della World Cup. In mezzo il test-verità di domani con la Serbia, e le citazioni non sono poi del tutto peregrine, perché gli azzurri avranno bisogno di un benevolo sguardo di Confucio, dovranno trarre ispirazione dagli insegnamenti di Yip Man e avranno necessità di mettere in campo la tenacia e la convinzione con cui Mao Tse Tung riuscì a trascinarsi dietro folle sempre più imponenti per abbattere il potere del Kuomintang.

Fuor di metafora, all’Italia, che per il momento ha salvato l’onore superando la prima fase del mondiale e guadagnando la qualificazione al torneo preolimpico del prossimo anno, per un vero salto di qualità serviranno domani un po’ di fortuna, tanta disponibilità a lottare e soffrire, ancor più convinzione nelle proprie possibilità, facendo proprie le parole di Marcello Lippi: “E’ giusto sognare. E intanto cominciate a crederci”. 

La Cina, con la sua storia plurimillenaria, offre gli spunti per arditi paragoni. Un Paese gigantesco dove convivono realtà diametralmente opposte a livello economico e sociale, nel quale gli antichi agglomerati di povere casupole sono affossate da torri futuriste firmate dalle archistar più famose, dove ai Tav che volano a 350 km orari e alle berline di lusso che intasano le strade si affiancano in singolare contrappasso vecchie e stanche biciclette e tricicli a motore che trasportano merci e persone. E anche questa World Cup, in fondo, potrebbe esserne un simbolo: portata a 32 squadre nell’encomiabile impegno della Fiba di dare visibilità e opportunità di rappresentanza, confronto e crescita anche alle espressioni del terzo mondo cestistico, mostra in tutta la sua evidenza l’enorme gap ancora esistente, come esemplarmente conferma il gruppo di Foshan dove Angola e Filippine sono state sepolte da valanghe di canestri azzurri e slavi.

Da domani però, finita la ricreazione, si fa sul serio. Entrata tra le prime sedici al mondo, cosa non del tutto scontata tenendo conto da dove veniva, l’Italia deve ora cercare di fare qualcosa di più, affinché il viaggio in Cina non rimanga un semplice atto di testimonianza dal quale ha raccolto il minimo che potesse attendersi. La Serbia è indubbiamente l’avversario più difficile che potessimo trovarci di fronte (come, del resto, sarà la Spagna a Wuhan): le squadre di Djordjevic e di Scariolo sono le candidate più accreditate al podio, secondo noi anche più degli Usa che non possono trascurare la minaccia anche della Francia. Domani ce l’avremo di fronte in una partita non decisiva (come invece fu due anni fa all’Eurobasket di Istanbul), ma comunque fondamentale per testare il nostro effettivo livello che le due facili vittorie su Filippine e Angola non hanno consentito di verificare con la necessaria precisione.

Ci sono grandi differenze tra le due squadre: a livello fisico visto che l’Italia non è dotata di torri gigantesche come la Serbia, ma anche a livello mentale, con i giocatori di Djordjevic che non mollano per un solo secondo: i 126 punti segnati ieri alle Filippine dimostrano l’intensità con cui i serbi hanno giocato fino all’ultimo pallone. Gli azzurri, invece, hanno dato l’idea di rallentare il ritmo a partita ormai vinta attenuando quell’instinct-killer che avevano piacevolmente espresso i primi dieci minuti di questo mondiale.

Di sicuro ci sarà da lottare per quaranta minuti, con attenzione, replicando cioè con il gioco collettivo e l’assistenza reciproca alla superiorità tecnica e atletica individuale dei serbi. Tra Biligha e Marjanovic ci sono quindici centimetri di differenza, tra Tessitori e Jokic un’intera... Nba, l’esperienza e la classe di Bogdanovic non hanno bisogno di essere nuovamente ricordate, così come le qualità dei vari Radulica, Bircevic, Simonovic, Milutinov, Jovic o Guduric, senza contare che il coach, Sasha Djordjevic, ci conosce fin troppo bene. Contro questa squadra siamo passati dal meno trenta di Atene al meno cinque, qualche giorno dopo, dell’ultimo test di preparazione, il primo, tra l’altro, con Gallinari e Datome in campo. D’accordo che le amichevoli contano fino a un certo punto, ma i miglioramenti si sono visti. Con il suo quintetto di partenza l’Italia se la può giocare con tutti (peccato solo che, come due anni fa con Gallinari, questa volta con Melli, non possa mai schierarsi al meglio), e quel che è piaciuto di più in questi primi giorni, al di là degli insoliti roboanti e fuorvianti (per i meno attenti) punteggi registrati – che danno ottimismo, positivo purché non regredisca in  presunzione -, è stato proprio l’atteggiamento di collaborazione che si è visto in campo tra i migliori, senza atteggiamenti da prime donne, con una attenta gestione del gioco, un’ottima difesa e la rapida circolazione della palla che ha portato alle migliori soluzione offensive.

La partita con la Serbia è l’occasione giusta per verificare se gli appelli di Sacchetti sono stati metabolizzati, se le sensazioni positive sono state trasmesse all’intera squadra, se quelle piccole scorie evidenziate ieri (nervosismo, un po’ di superficialità e il calo di tensione evidenziati nel finale) sono state eliminate. Perché una cosa è certa: contro la Serbia che sta volando con il 75% al tiro, che ha centimetri, stazza ed esperienza da vendere, per non essere spazzati via servirà che ogni azzurro metta in campo il centodieci per cento delle proprie possibilità. Poi, visto che nel basket i miracoli difficilmente avvengono, si potrà anche perdere, ma con onore consentendoci di affrontare a testa alta il viaggio verso Wuhan nella consapevolezza che la Lunga Marcia dell’Italbasket è ancora lontana dal concludersi.

 

Mario Arceri