L'Italia chiude con una vittoria
e Scariolo spazza via la Serbia

DOMENICA, 8 SETTEMBRE 2019

E’ finita, l’Italia torna a casa con un piazzamento tra il 9° e il 12° posto, che conferma quello conseguito già a Saitama tredici anni fa e sostanzialmente la nostra collocazione nel ranking mondiale (tredicesimi). Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, né razionalmente ci si poteva attendere di più. In altri gironi, visti gli exploit di Polonia e Rep Ceca, che domani si giocherà a Shenzen la qualificazione per i quarti con la Grecia, avremmo probabilmente ottenuto un risultato migliore. Non è andata così, il mondiale degli azzurri si è deciso con il confronto con la Serbia e la Spagna: per due terzi s’è giocato alla pari con i serbi vicecampioni del mondo in carica e vicecampioni olimpici, per più di tre quarti con gli spagnoli che a Rio de Janeiro conquistarono il bronzo e comunque al secondo posto nel ranking mondiale dietro agli Stati Uniti e davanti alla Francia. Questo tanto per ricordare valore e prestigio delle avversarie che ci hanno tagliato una strada impervia, e lo sapevamo, per i noti motivi: l’assenza di Melli che ci avrebbe dato qualcosa in più sotto canestro e in difesa sui lunghi avversari; le condizioni con cui Gallinari e Datome hanno affrontato la World Cup; l’impossibilità di allestire una squadra migliore (andare a rileggere le prestazioni in azzurro, nel tempo, di chi è rimasto escluso). 

Chi avrebbe scommesso in un piazzamento migliore?

Si parla molto di Olimpiadi, e allora va ricordato che questa World Cup qualifica per Tokyo solo le due migliori squadre europee. Per le altre, Italia inclusa, c’è la chance del preolimpico del prossimo anno: verranno promosse le squadre vincenti i diversi gironi, presumibilmente, visti i valori, altre quattro squadre europee che dovranno però vedersela con Canada, Nuova Zelanda e le sudamericane. E’ un obiettivo, non così secondario, e c’è un anno per prepararlo, sperando in un sorteggio benevolo nella composizione dei gruppi. Con chi? Sicuramente ancora con i migliori, recuperando Melli e “sforzandosi” di dare fiducia ai giovani più meritevoli: Mannion, Moretti, Di Vincenzo se arriverà la naturalizzazione e se si riuscirà a convincerlo, ma soprattutto se dimostreranno di essere già pronti.
La partita di oggi con il Portorico (comunque squadra di scuola statunitense, dal background niente affatto disprezzabile) è stata la classica gara di fine stagione, tra deluse. Tanta distrazione all’inizio, ritorno d’orgoglio nel finale, chiuso in crescendo al contrario delle ultime due partite: è servito solo per salvare l’onore e dare un’aggiustatina al ranking. Poi, con Datome, Gentile e Vitali rimasti in panchina, ci sono state conferme, delusioni, riscatti, come sempre avviene, ma non è stata certo questa la partita che avrebbe dovuto dare la misura della qualità di una squadra che Sacchetti ha gestito cercando di ottenere il meglio, chiedendo forse troppo ai titolari nelle gare decisive se dalla panchina non riusciva a individuare confortanti alternative.

Il punto è se giudicare positiva, normale, insufficiente o fallimentare questa esperienza nella World Cup dove tornavamo dopo ben tredici anni (partecipazione acquistata con una wild card), o addirittura ventun anni dopo una qualificazione conquistata sul campo (Atene 1998): ecco, sarebbe bene non dimenticarlo, come sarebbe bene, prima di tranciare giudizi al veleno, guardare con più attenzione a quello che è il basket italiano. Se da tempo in Euroleague o in Eurocup una nostra squadra non va oltre i primi turni, se le vittorie – di quest’anno, in Champions League o in Fiab Europe Cup – a torto o a ragione vengono giudicate di rilievo più che secondario, perché dalla Nazionale avremmo dovuto aspettarci molto di più?

La Nazionale è figlia del campionato, non della Federazione. I suoi giocatori crescono nei club. Tanto per fare qualche esempio, Biligha ha avuto 11 minuti di impiego in media nella Reyer campione d’Italia (e non ha visto campo nelle ultime partite dei play off), Della Valle 16.8 minuti in campionato e assai meno in Euroleague. Il minutaggio sale con Vitali (27’), Filloy (25’), Brooks (22’), Abass (31’). Tessitori viene addirittura dalla Serie A 2. Delle quattro migliori squadre della stagione passata, c’era il solo Biligha, che peraltro ha fatto con grande generosità il suo. E dove, se non in campionato o in Europa, i giocatori possono fare esperienza? E come, se la totalità dei ruoli di responsabilità vengono assegnati agli stranieri? Ricordarsi della Nazionale solo in occasione dei grandi eventi e non pensare che è durante la stagione che si formano qualità tecniche, atletiche e di personalità, è piuttosto miope.

E vale anche la pena di ricordare l’ottimo lavoro che la Federazione sta svolgendo a livello giovanile con le Nazionali esaltando quello svolto dalle società che si impegnano nel settore. Eccellente tra le ragazze con due titoli europei (Under 18 e 20) e un quinto posto (under 16): perché questo trend così positivo, che dura ormai da diversi anni, non si allunga anche a livello maggiore, come dimostra la nuova delusione offerta dalla Nazionale maggiore? Buono anche a livello maschile, dall’argento mondiale di Capobianco due anni fa, al bronzo dell’under 16 di poche settimane fa. Anche qui, passati d’età, che fine fanno i nostri ragazzi e ragazze così protagonisti nelle categorie giovanili? Io credo che il vero nodo della questione sia proprio qui: cosa succede perché a questi ragazzi non venga data fiducia dai club maggiori? L’esempio di Matteo Spagnolo che Pablo Laso ha fatto esordire ad appena sedici anni con la squadra maggiore del Real Madrid è significativo (e fortuna che abbia scelto la Spagna per progredire...). Abbiamo un altro talento di sedici anni, Casarin, al quale probabilmente Treviso darà fiducia quest’anno in Serie A. Alla stessa età, Moretti faceva le prime esperienze nel massimo campionato a Pistoia prima di trasferirsi negli Usa e migliorare fino a disputare una finale Ncaa da protagonista. Ma sono esempi che si contano purtroppo sulla punta delle dita, gli altri vanno “a farsi le ossa” nei campionati minori, il che significa semplicemente uscire dai radar. 

I veri mali del basket italiano stanno qui e vengono denunciati da anni, fin dal 2005 quando l’Europeo di Belgrado, subito dopo l’argento olimpico di Atene, fece squillare il primo sonoro campanello d’allarme, del tutto disatteso. A Belgrado anche la Serbia toccò il fondo, ma vediamo oggi come quell’allarme sia stato recepito contribuendo a costruire una squadra che, oggi, potrebbe coronare la sua crescita con il titolo mondiale (al netto della sconfitta odierna con la Spagna) vista la non irresistibilità (finora) degli Stati Uniti privi delle sue stelle ma che Popovich sembra stia inquadrando nei canoni giusti. Senza trascurare, per il podio, Francia e Australia, oltre naturalmente alla Spagna.

Troppi stranieri e di scarso valore, troppe squadre di vertice contribuendo a diluire i pochi talenti su cui possiamo contare invece di concentrarli nelle squadre migliori per accumulare esperienze preziose. Sono negatività che ci portiamo dietro almeno da quasi trent’anni, nascoste per i primi dieci dall’ultima grande generazione di veri campioni (i Galanda, i Basile, prima ancora i Myers e i Fucka, ma anche i Chiacig, i Marconato tanto per parlare dei centri che oggi ci mancano) che ci hanno regalato le ultime soddisfazioni. Il discorso va poi allargato alle politiche per il reclutamento, per l’inserimento nelle scuole, per una valorizzazione vera e meritocratica dei tecnici, e soprattutto all’impiantistica che resta carente (ed è un eufemismo), ma questo vale anche per il volley che in crisi non è, sebbene con esigenze strutturali inferiori, e che comunque è un aspetto che compete alle amministrazioni locali: lo sport può solo fare pressione.

Questa Nazionale ha dato quello che ha potuto e che in fondo tutti noi ci aspettavamo, visto che i miracoli nel basket difficilmente si realizzano. Non li ha fatti, ma se con la Serbia per tre quarti è rimasta a contatto (ricordando gli ultimi precedenti: 82-101 agli Europei di Lilla, 67-83 agli Europei di Istanbul), se con la Spagna ha rischiato di vincere (e sarebbe stata un’autentica sorpresa) è un suo merito. Se la stessa Spagna ha giocato male, invece di giudicarla squadra modesta (guardate il risultato di oggi, difficilmente reputabile casuale), non vogliamo dare qualche merito all’impegno degli azzurri, visto che si gioca in due? Dovessimo dare un giudizio sulla prova di questa Nazionale, diremmo “normale”: è mancato l’acuto, non ci sono stati disastri.

Poteva andare un po’ meglio, gli arbitraggi non ci hanno aiutato, ma si sa che a livello internazionale conta anche il prestigio. Con questo non voglio dire che le sconfitte sono arrivate per colpa degli arbitri né offrire inutili alibi, ma ricordare il giudizio negativo che ho subito espresso sulla loro qualità: l’episodio di Francia-Lituania è solo la conferma di come nella gigantesca organizzazione messa su dalla Fiba e dal Col cinese, pur nella sua farraginosità (basti pensare alla burocratica gestione degli accrediti), uno dei punti deboli è proprio l’insufficienza di buona parte degli arbitri chiamati per quest’occasione. 

Infine, qualche parola su chi è ancora in corsa. Dice nulla Scariolo che ha battuto seccamente la Serbia (81-69) incrinandone le certezze e garantendosi un accessibile quarto di finale con la Polonia lasciando la temibile Argentina (91-65 ai polacchi) a Djordjevic? Alla vigilia avevo ipotizzato una sfida per l’oro proprio tra Spagna e Serbia, ancora possibile visto che, progredendo nel tabellone, arriverebbero in finale, ricordando come le squadre di Scariolo hanno normalmente una partenza lenta per migliorare gara dopo gara. Forse sarebbe meglio evitare i giudizi sommari per tirare le somme solo alla fine. E se dovesse davvero concludersi così, probabilmente dovremmo rivedere anche il giudizio sulla nostra Nazionale.

Mario Arceri