Urania Milano, coach Villa felice: "Noi, banda di
psicopatici pronti a sfidare la Tezenis Verona"

GIOVEDÌ, 13 FEBBRAIO 2020

Erano bastati appena sei turni, all’Urania Milano, per saggiare il bruciore del sale sulle ferite che, una dopo l’altra, si erano aperte alle sirene di fine gara. In casa con San Severo, persa di uno; in casa con Udine, persa di tre; in casa con Ferrara, persa di uno; a Forlì, persa di uno; in casa con Montegranaro, persa di tre. Cinque sconfitte, maturate con un margine complessivo di 9-punti-9. Per assurdo, fa più male che averle perse tutte di venti, maturando la consapevolezza di aver sbagliato tutto. Ed invece un limbo totale: la squadra c’è, ma non vince. La squadra lotta, da pari a pari pure con le grandi, ma è ultima in classifica. Da sola: record 1-5.

Ed allora, dentro una neopromossa che, non bastasse, ha il fardello di chiamarsi per cognome Milano, e, se vogliamo, pure l’aggiuntivo di aver l’onere di riaprire il Palalido Allianz Cloud al basket, si può anche implodere.

“Confesso che i cervelli fumavano, perché l’adattamento da una stagione vincente ad una in un torneo dove non sei nessuno, e perdi, è molto ruvido. E solitamente si cacciano allenatore e giocatori” dice Davide Villa da Biassono, anni 36, professione capoallenatore dei Wildcats. Molto wild, in quelle giornate d’autunno.

“Non so se sia stata bravura o follìa, però qualcuno ha detto “restiamo calmi”. E non ero io. Ma va detto che la squadra ha mandato segnali, trasmettendo mai preoccupazione. In campo c’eravamo, lottavamo, ci mancava solo il tempo dell’adattamento. E la Società lo ha percepito, da Biganzoli in poi. La sconfitta con Montegranaro (3” alla fine, +3 Urania, due liberi per Raivio, 0/2, tripla sulla sirena di Mastellari e sconfitta al supplementare) poteva tagliarci le gambe. La vittoria ad Orzinuovi, sette giorni dopo, ci ha restituito fiducia”.

Al punto tale che, nella forbice tra la settima giornata ed alla vigilia della prossima, l’Urania è stata, ad Est, la terza miglior squadra del campionato (record 11-6), dietro Ravenna (15-2) e Forlì (12-5).

Il roster è rimasto identico, ed in panchina siede ancora Villa. Ma si potrebbe dire che si è trattato di un film già visto.

“In un concentrato di emozioni come questo, anche quelle negative danno un valore alla storia. Di cui, potendo, non cambierei nulla, perché anche quelle hanno contribuito al risultato. L’anno scorso ho imparato cosa vuol dire sentirsi addosso la pressione non del dover vincere, ma del poterci riuscire. Avevamo fatto un buon mercato, colmando i piccoli difetti dei playoff 2018. Ma il percorso è stato molto complicato e ad un certo punto poteva saltare tutto, me compreso. Ma ha prevalso la forza del gruppo. Dipendeva da noi, senza puntare il dito sugli altri. Da lì abbiamo maturato una rabbia positiva, volando nei playoff e vincendo lo spareggio di Montecatini”.

- Da dove nasce la passione di Davide Villa per il basket?

“Da mio padre ed i suoi amici. Né praticanti, né tifosi, semplici amanti della pallacanestro. Andavano a vedere l’Olimpia, ma al palazzone di San Siro si vedeva male. Decisero di trasferirsi al Pianella a vedere Cantù. Ed io, negli anni delle elementari e del minibasket a Biassono, mi univo a loro. Ho giocato fino alla Serie D, play-guardia alto, con buon tiro”.

- Con quali idoli, sul campo?

“Chi diceva Jordan, chi Magic Johnson. Il mio era Lupo Rossini. E dire che l’ho conosciuto sono quest’anno, nell’amichevole di prestagione con l’Olimpia. Sabatini era emozionato per sfidare il Chacho Rodriguez. Io perché avrei finalmente incontrato Lupo Rossini”.

- Per Villa, il suo Tonino Zorzi, inteso come quello che disse ad Ettore Messina “…Non diventerai mai un giocatore professionista, ma ti ho visto lavorare con i ragazzini e credo che tu possa diventare un buon allenatore” in questa storia si chiama Enrico Rocco.

“Ma io non ci pensavo minimamente, ero convinto di poter diventare un giocatore. Davo una mano a Biassono con i piccoli, ma solo perché mio padre non voleva vedermi a casa a far nulla nei mesi senza Università… Poi nel 2006 Rocco intravede in me qualcosa e mi porta all’Aurora Desio, che sta varando un’ottima programmazione di settore giovanile, investendo. Lasciai il campo a malincuore. Ma tutto iniziò lì. Da zero”.

- Trovando sul percorso due figure molto importanti, come Massimo Meneguzzo ed, appunto, Enrico Rocco.

“Meneguzzo è stato il mio insegnante ai corsi allenatore di base, Rocco mi volle a Desio e fu decisivo, mettendomi a contatto con diversi gruppi, fino all’Under 19 con cui raggiungemmo le Finali Nazionali a Bologna. Ma aggiungo, nel mio percorso, la vicinanza con due allenatori altrettanto importanti per la mia maturazione come Michele Carrea e Federico Perego”.

- Avesse una tabula rasa, che basket giocherebbe la squadra di Davide Villa?

“La prima squadra che ha influenzato un pensiero tecnico è stata la Detroit di Larry Brown. E la sua ripetizione nauseante di “play smart, play hard, play together”. Amavo Rasheed Wallace, non c’erano grandi campioni, ma capaci di distruggere i Lakers di Kobe 4-1. Una squadra con la S maiuscola. Il concetto di coinvolgimento globale è facilmente applicabile a livello giovanile, lavorando su scelte e letture. Poi passi a livello senior, ti piacerebbe ogni anno fare un passo avanti, ma c’è il rischio di uno all’indietro, a seconda di chi ti trovi ad allenare. All’Urania ogni stagione non è mai stata la stessa, cambiano i roster, adeguati alle esigenze, e di conseguenza cambi tu”.

- Quale è l’azione che esalta la sua idea di basket?

“Quella che esprime collaborazione. L’essere squadra lo vedi in una rotazione difensiva, in un aiuto, in una difesa forte. Apprezzabile perché costa sacrificio. In attacco mi piace quando la palla si muove e la difesa non riesce a starci dietro. Banalizzando, mi piace il bel gioco, divertente, ma mai fine a sé stesso”.

- Da matricola, avete optato per un quintetto esperto.

“Quattro giocatori di esperienza, ma con la necessità di restituire loro responsabilità da quintetto. Sabatini, in realtà, per la prima volta ha una squadra in mano, da titolare. Ha qualità, carattere, ed un livello di competitività elevatissimo. Poi va canalizzata la sua aggressività, perché è il play... Montano non l’ho certo scoperto io, è la guardia, ha cifre importanti ma ci dà anche altro. Per Raivio c’era la garanzia della formazione avuta a Legnano con Mattia Ferrari. Sa giocare. Benevelli è un leader positivo, intelligente, il più esperto, come età più vicino a me che ai compagni. Li tiene tutti lì, ha sempre la parola giusta, nella difficoltà”.

- E si sta scoprendo il diamante grezzo, Reggie Lynch.

“E’ ancora un oggetto del mistero. Ha potenziale, quanto possa crescere è un punto di domanda. Una presenza fisica importante, la difficoltà è che in A2 tutti hanno due stranieri che producono punti e se lui ne fa 9, e l’avversario 10, anche il suo ottimo impatto difensivo perde di valore. Per questo potrebbe essere più straniero da rotazione in A. Ma sta iniziando a muoversi sul campo con maggiore efficacia, i compagni lo riconoscono ed aumenta il numero di palloni da giocare”.

- Nelle ultime cinque gare siete 4-1. Ed il Palalido si riempie sempre di più.

“Per noi è stato un salto nel buio totale, non solo il campionato di A2, il giocato, ma anche ciò che ci saremmo trovati attorno. Con Imola c’era 3200 spettatori… Al PalaIseo iniziammo con 400. Non abbiamo ancora fatto nulla, ma qualcosa sì”.

- Villa, lei ha allenato in tutte le categorie giovanili. Ed i giovani li ha studiati. Chi generalizza dice “bisogna farli giocare”. Qual è la sua lettura?

“Siamo allenatori, non masochisti. Se uno se lo merita, gioca. Sposto l’obiettivo della disamina. Non concedere spazio tanto per farlo, darlo a chi non rende, soprattutto se giovane, equivale ad illuderlo. Cosa fare? Trattare tutti allo stesso modo in allenamento. Per crescere come squadra. E’ lì che devi dare un occhio in più ai giovani, perché tutto passa dall’allenamento. Se migliorano in allenamento, posso allungare le rotazioni in partita. Che è il nostro prossimo obiettivo di stagione”.

- Arriva Verona. Non giocano né l’Inter (in campo domenica sera), né il Milan (lunedì). Ed in caso di semifinale di Coppa Italia, l’Olimpia va in campo alle 17.45. Insomma, in agenda-Milano c'è scritto che sabato sera gioca l’Urania, per cullare il sogno playoff, contro una squadra pensata per salire in Serie A.

“C’è entusiasmo, un bel pubblico, corretto, il picco lo abbiamo con le famiglie, i ragazzini e trasmettono alla squadra il senso di appartenenza all’Urania. Ora abbiamo la casa, il Palalido è un riferimento, qualcuno viene persino a vedere il tiro del sabato mattina. Verona? Tosta, hanno messo a posto gli equilibri con Hasbrouck e Bobby Jones. Hanno italiani importanti, contro la difesa schierata sanno dove andare a colpire. Noi possiamo giocare su ritmi diversi, dobbiamo capire quale sarà quello giusto”.

- Se le avessero detto “a febbraio arriverà Verona, con appena due vittorie in più di voi” che reazione avrebbe avuto?

“Anche sapere che saremmo stati settimi mi sarebbe andato benissimo... Penso che facilmente avremmo potuto avere due punti in più, ma vale per tutti ed è un pensiero che dura un attimo. Ma non possiamo dire “ci giochiamo i playoff”. Perché i playout sono poco sotto”.

- Cosa la conforta, per sabato sera?

“Che siamo una banda di psicopatici, al punto da giocare le migliori partite contro le avversarie più forti: abbiamo battuto Ravenna, siamo 1-1 con Udine e con Forlì abbiamo perso di uno e di due”.

 

Stefano Valenti

Area Comunicazione LNP

legapallacanestro.com