SPECIALE RIPARTENZA NBA - Nel surreale contesto
di Orlando con un occhio al mondo reale

GIOVEDÌ, 30 LUGLIO 2020

di Filippo Luini

LA CRISI DEL ’20 - Non dovremmo sorprenderci se, tra una trentina di anni, sui libri di storia, leggeremo un titolo come questo, oppure simile. La NBA riparte, questa notte, ma gli Stati Uniti, da diversi mesi, si sono fermati. La crisi è generale, inizialmente politica, dove l’era Turmp è stata fin da subito molto discussa; la crisi, poi, è sfociata in sociale e sanitaria. Il Covid ha peggiorato una situazione già difficile, mandando allo sbando un Paese che ha sottovalutato in maniera poco cauta il virus. Il sistema sanitario al collasso è sicuramente anche frutto delle problematiche interne degli USA, così come la crisi sociale scatenata dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis. Come può ripartire in queste condizioni la NBA? Difficile spiegarlo, ma prima di tutto, la Lega di pallacanestro più importante al mondo, è un grande business che sente il bisogno di ricominciare. Non solo però, il caso Floyd e il virus hanno mostrato anche il lato sociale ed umano dei giocatori di tutte le franchigie. Il movimento Black Lives Matters è stato il simbolo della rivolta afroamericana contro il razzismo e, in un momento così delicato, non poteva mancare l’appoggio dei grandi campioni della pallacanestro: LeBron James, che ha twittato una foto con la maglia “I can’t breathe”, motto del movimento. A lui si sono aggiunti Irving, Jordan e tanti altri che, come loro, hanno ribadito l’importanza del concetto di uguaglianza in un mondo sempre più multietnico e multiculturale, dove la fortuna è proprio quella di poter apprezzare e apprendere da usi e costumi differenti dai nostri. 

SI RIPRENDE NELLA BOLLA con la consapevolezza, però, che nulla sarà normale. Si va in scena: uomini in panchina distanziati, spese per il controllo sanitario, un gigantesco parco divertimenti che si trasforma per ospitare il più grande spettacolo cestistico al mondo contestualizzato come in un copione cinematografico. Far finta che tutto sia normale il compito degli attori, che tuttavia presi dall’agonismo e dalla voglia di vincere, alla fine, riusciranno a giocare senza badare al palazzetto vuoto, provando a non preoccuparsi di ciò che accade là fuori, dovendo tenere a freno i sentimenti, le emozioni e giocando una stagione ancor più condensata di quella che siamo abituati a vivere normalmente. 

COME SI FESTEGGERÀ in un ambiente così surreale? Senza pubblico ad applaudire, senza sguardi familiari da incrociare nelle prime file, con il pensiero alla vita al di fuori del mondo di Dinsey World. Ci saranno dediche sociali, dediche che rimarcheranno la necessità di ritornare ad essere realmente umani, ad apprezzare nuovamente i valori primordiali della vita. Lo sport, in questo, attraverso le sue icone, può diventare un mezzo di comunicazione molto importante. 

Filippo Luini